Fu così, che sua Maestà, dovette rinunciare per sempre alla gloria ed a tutti i privilegi raggiunti fino ad allora, morendo da somaro, correndo dietro ad un somaro nel Dasht e Kevìr.

(Qualche storico, tuttavia, mette in dubbio una versione dei fatti così riportata e suppone che il re, in realtà, così come era in gran uso presso le corti dell'epoca, probabilmente fosse stato avvelenato.)

A Ghasre Barhàm arriviamo in tarda mattinata, percorrendo una serie interminabile di scenari bellissimi: - http://snipurl.com/2xdgk - http://snipurl.com/2xdfw - http://snipurl.com/2xdfc - http://snipurl.com/2xddd

  Siamo stanchi, sporchi e piuttosto tesi, anche a causa di una notte trascorsa comunque con un occhio e con le orecchie ben aperti. (http://snipurl.com/2xdmo) Contrariamente alle notizie rare e frammentarie raccolte su questo luogo prima di partire, troviamo la struttura del castello in ottimo stato di conservazione ed addirittura abitata da una piccola guarnigione di polizia, (che si premura di controllare i nostri passaporti e ci obbliga a compilare un modello di riconoscimento simile a quello degli hotels: sic!).

Esistono addirittura alcune docce che per Alice equivalgono, sul momento, al ricevere un grosso anello di pietre preziose in regalo. Ci laviamo, ci rinfreschiamo e sostituiamo gli abiti appicicaticci e maleodoranti che abbiamo addosso con abiti puliti, estratti da un borsone completamente coperto di polvere, nonostante lo avessimo preventivamente chiuso in una grossa busta di plastica. Ora ci sentiamo dei signori! Ci sistemiamo sulla veranda prospiciente la bellissima 'suite' di re Barhàm, stranamente adornata da un bel tappeto a sfondo rosso e sita, soltanto quella, sul piano rialzato che domina il cortile del castello. Attualmente funge da lodge di emergenza per i rarissimi viaggiatori che passano da quelle parti. Consumiamo un'altro squisito chicken-kebàb, accompagnato da un riso eccezionale, dough fatto in casa e da un pane speciale tipico del nomadi, fatto con farina integrale mescolata a formaggio e carne, offertoci dai nostri cortesi ospiti. Ci sentiamo 'importanti', è bello pensare di poter condividere con re Barhàm , vivendolo 'a posteriori', un luogo da lui tanto amato e prediletto. (http://snipurl.com/3btir) (http://snipurl.com/3btjv)

Ma perchè, aldilà del desiderio di conoscenza, ci si va a cacciare in luoghi simili? soltanto per provare sensazioni come queste? Già, perchè? Perchè lo scalatore ambisce di raggiungere le vette più alte? Perchè il navigatore solitario attraversa gli oceani fra mille sacrifici? Le risposte a queste domande, sono del tutto simili fra loro, ma le conoscono soltanto coloro che sono presi dalla stessa passione.

Decidiamo di partire un po' presto per poter fare tutta una tirata fino a Maranjab. Originariamente il nostro piano sarebbe stato quello di proseguire oltre il Ghasre Bahram per raggiungere Tehràn direttamente, attraversando anche quel tratto di deserto, cento chilometri circa. Per fare ciò, però, avremmo dovuto rinunciare al nostro irrinunciabile Farhad, la cui vettura è rimasta parcheggiata a Kashàn.

Ci fermiamo velocemente al Mohitbàni per recuperare il carrello, vi troviamo i nostri ospiti mancati più 'fatti' che mai ed alquanto rabbuiati, ma oramai non ce ne può importare di meno.

Le ultime due ore di viaggio le percorriamo al buio più completo. E' sorprendente fino a qual punto, la vista, una volta abituatasi al buio, riesca ad amplificare anche il minimo chiarore. Ahsàn non vuole usare i fari per non tirarci addosso nuovamente le locuste, nel buio ci assalirebbero a milioni. Siamo di nuovo un po' tesi, specialmente all'inizio, quando oramai stanchi per un viaggio estenuante ed estremamente scomodo vediamo la luce progressivamente lasciare il posto al buio della notte, senza il logico accendersi dei fari. Ma dopo un primo momento di scoramento, vedendo la straordinaria abilità con la quale il nostro 'uomo-dromedario' riconosce ed evita ogni singola buca, mi sento tranquillo, egli sa veramente molto bene quello che fa. Incrociamo due o tre volte le sagome scure di alcuni branchi di dromedari, che nel buio a mala pena si spostano dalla pista di quel tanto che ci permetta di passare, per un momento penso ai superstiti del Sifidàb.

Maranjab è ancora sveglio. Arriviamo alle 22,30, siamo sconvolti dalla fame, dalla polvere, dalla stanchezza, dalla luce che ci fa male alle pupille, a lungo rimaste dilatate nel buio più completo. Ahsàn appare invece fresco come un fiore e, quando gli domando se è stanco, mi risponde disarmante con uno dei suoi rari sorrisi, che se lo volessi lui, per me, sarebbe pronto a ripartire subito per qualsiasi altra destinazione. Non ho alcuna ragione per dubitarne e nessun'altra per metterlo alla prova.

C'è aria di festa, è giovedì, domani è il giorno santo ed un paio di famigliole ed un gruppo formato da una diecina di ragazzi con le moto da cross, si sono accampati con le loro tende attorno al laghetto, ma in realtà siamo noi a rappresentare la festa, con il nostro arrivo. Ci vengono tutti attorno, ci sono i 'vecchi' ed i nuovi personaggi del caravansarai.

Ci offrono subito, come consuetudine nel deserto, qualcosa da bere, chai, dough, acqua, della frutta fresca, ci domandano com'è andata, avvertiamo la loro vicinanza ospitale, calda, affettuosa, percepisco ancora una volta il rassicurante umore del rifugio sicuro, della casa di tutti rappresentata dal caravansarai.

Immagino come, secoli prima, l'arrivo notturno di una carovana, dovesse essere accolto secondo un analogo cerimoniale.

Khan e Palenk, i cani, sono già di corvè e pattugliano zelanti i dintorni.

Il fuoco è, come ogni notte, acceso sul piazzale, accanto all'acqua. Mentre alcuni preparano per tutti qualcosa da mangiare, la rossa vampa si impossessa ancora una volta della mia mente e la fantasia vola di nuovo lontano, nel tempo, soffermandosi ad immaginare storie antiche di genti stanche, affaticate ma straordinariamente tenaci e coraggiose, le stesse che, percorrendo quei luoghi per generazioni e per secoli, hanno reso possibile la diffusione e l'arricchimento della cultura universale.

L'uomo, per poter essere quasi perfetto, non dovrebbe dimenticare così in fretta il passato.

Anche stavolta non ho nè la voglia nè l'energia sufficienti per estrarre la macchina fotografica ed immortalare l'attimo, voglio tenerlo solo per me. Una parte di me, è per sempre condannata a soffrire di nostalgia per la gente, le pianure, i monti, le vallate del Dasht e Kevìr, una parte di quel deserto vivrà per sempre dentro di me, accanto ai ricordi di viaggio più importanti.

(fine)

(http://snipurl.com/2xdc5) fiori di pistacchio, assieme al melograno, il frutto che più rappresenta l'Iràn.

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