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- In viaggio nel Sundarban Bengalese -
Sono qui nel distretto di Khulna, nel Bangladesh centro-meridionale, da diversi giorni ed ho oramai concluso il giro inerente i programmi, non propriamente turistici, che avevo da svolgere in quella zona.
Ho incontrato molta gente, visitato molti luoghi, ho raccolto tante personali impressioni, o perlomeno ho raccolto molto materiale su cui riflettere e lavorare in seguito. Adesso, possedendo una base concreta di dati e di esperienze, è possibile partire con la seconda e più difficile fase, nella quale si dovrà cercare di impostare un ragionamento programmatico sostenibile. Lo scopo principale di questo viaggio era questo dopotutto, quindi mi ritengo abbastanza soddisfatto del risultato ottenuto, pur nella consapevolezza delle enormi difficoltà di ordine burocratico e culturale che ci potranno essere in futuro ad ostacolare la realizzazione di un progetto.
Il tempo, come accade sempre quando si è lontani da casa, è volato via in un baleno.
Oggi è giovedì, la partenza per il viaggio di rientro in Italia è fissata per sabato. A causa dei voli di collegamento molto limitati di numero e dei loro orari, sabato partirò con mezzi locali per Khulna nel primissimo pomeriggio, pernotterò in città per poi ripartire molto presto la mattina seguente e raggiungere la città di Jessore dalla quale finalmente prenderò l'aereo per Dhaka delle 17,16 di Domenica. Pernottamento a Dhaka, nuovamente ospite di Fabrizio e Pushpo, quindi il lunedì mattina, la partenza per Dubai, dove arriverò verso le 16 e da cui ripartirò il mattino seguente (martedì) alle 9,15: arrivo previsto a Malpensa per le 15,15 del mercoledì! Un programma di viaggio piuttosto intenso, cinque giorni per ritornare a casa.
Il mio stato d'animo è combattuto tra il desiderio molto forte di ritrovare presto, nuovamente, il calore e l'affetto della mia famiglia, i comforts della nostra vita di gente privilegiata ed il dover partire lasciando alle mie spalle quelle nuove, forti, sensazioni, quella brava gente, quello scorcio di vita vissuto in quei giorni, tanto complesso, così diverso dal nostro, del quale in conclusione non potrei affermare di aver capito nulla di definito e concreto, oltre alla consapevolezza del grande bisogno di aiuto che essi hanno.
Ho quindi il venerdì, l'ultimo giorno, libero da programmi di sorta. Rudy e Franca, gli amici di Chalna, non ci saranno, si recheranno in visita presso una missione laica situata nella foresta. Mi si presenta quindi l'occasione per cedere ad un'antica lusinga, un vecchio pallino che da anni mi assilla e, approfittando di questo evento casuale derlla mia vita (che poi, ne sono convinto, non è mai veramente del tutto casuale), che mi ha portato a viaggiare fin quaggiù, decido di organizzarmi un'escursione nella foresta delle Sundarbans, le immense paludi situate all'estuario che forma il Gange, dopo essersi unito al Brahmaputra.
Consulto Rudy. Egli approva il mio programma ma mi raccomanda anche estrema attenzione e cautela nell'organizzare l'escursione. il Sundarban, questa immensa, meravigliosa foresta, vasta come la Lombardia, il Piemonte e la Liguria messi insieme, non è uno scherzo! E' un luogo assolutamente primordiale, uno dei più inospitali, in molte parti inesplorati e selvaggi del pianeta. In Bangladesh essa è considerata dalla gente come un luogo quasi "tabù", popolato da spiriti e divinità non sempre benevole e pacifiche. Nel parlarne con alcuni degli abitanti dei villaggi posti ai confini delle enormi paludi, avevo più volte percepito nitidamente, osservando le loro reazioni, le espressioni del volto ed il modo concitato di descriverla, il mistero antico, il vero e proprio terrore, che la foresta delle Sundarban rappresentava nel loro immaginario comune.
Secondo Rudy è indispensabile procurarsi un guida che sia molto esperta della miriade di canali che intersecano la foresta e principalmente che non abbia paura delle leggende e delle superstizioni legate a quei luoghi e che quindi non metta per questo motivo a rischio per paura la sua e l'altrui incolumità. Se ne parla con un giovanotto che vive permanentemente nella comunità con la funzione un pò d intermediario, di collegamento con la gente dei villaggi circostanti, si chiama Obi.
La sera stessa Obi ci riferisce che avrebbe trovato colui che fa al caso mio: si chiama Gòpal, abita appena fuori dal villaggio, fa il pescatore ed è figlio di un ex bracconiere delle Sundarbans, quindi esperto come pochi dell'intricata rete di canali che si estendono tra le mangrovie ed i canneti delle paludi e delle insidie relative che vi si possono nascondere.
Gòpal, pretende un compenso di 400 taka (equivalenti a circa 8 Eu) per tutta la giornata, una cifra enorme per il Bangladesh, per molti equivalente ad un mese di stipendio. Accetto la proposta ed incarico Obi di riferirgli che, considerando le circa 2 ore di navigazione fluviale necessarie, vorrei partire verso le 5 del mattino, per essere in zona verso le 7, orario ancora buono per sperare di incontrare qualche animale selvatico. E' superfluo sottolineare il particolare di come, dietro alla definizione "qualche animale selvatico", si celasse in realtà l'ardente speranza di riuscire ad avere un incontro dal vivo con la leggenda di tutte le leggende: la Tigre del Bengala!
Quest'animale magnifico, stupendo, che a parer mio rappresenta l'ultimo incorruttibile ed incoercibile simbolo di libertà, di vita selvaggia esistente sulla terra, mi ha affascinato da sempre, fin da quando, da ragazzo, leggevo nei romanzi di Salgari della sua ferocia, del suo coraggio. Le "bagh" (così come tuttora le tigri sono chiamate nella realtà) impersonificavano tutta la poderosità, la maestosità, la ferocia istintiva, del più grande felino della terra ancora vivente in libertà.
Oggi, purtroppo, questa straordinaria specie animale è ad altissimo rischio di estinzione. Secondo i dati derivanti da una stima del wwf e del "Bengal Tigers Fund", un'ente che si occupa della sua tutela, oramai non ne esistono più di 6000 esemplari in tutto il mondo contro i 10.000 rilevati soltanto 10 anni fa. Le tigri sono state vittime di un vero e proprio sterminio, di un genocidio compiuto sia ancora oggi ad opera dei tanti bracconieri senza scrupoli, che ad opera delle devastanti battute di caccia grossa del passato organizzate dai tanti Marajah con la scusa di liberare i villaggi dal pericolo, mentre in realtà lo facevano per divertirsi con gli importanti ospiti stranieri, molto spesso inglesi. Si, proprio di quegli inglesi che tanto si sono sempre vantati del loro amore per gli animali. Si legge come, durante una soltanto di queste mattanze, fossero state abbattute oltre 100 tigri adulte in una sola giornata!
La tigre rappresenta un vero e proprio business sui mercati asiatici (ciascuna di esse, da morta, può valere attorno ai 50.000 dollari), in particolare su quello cinese e di Taiwan dove il suo sangue, gli artigli, le zanne, i testicoli, il pene, il cuore, le ossa, addirittura il grasso ed il pelo dell'animale, sono trasformati in unguenti, pozioni e polverine ritenute miracolose secondo la medicina tradizionale d'oriente. L'effetto dovrebbe, secondo le credenze, potenziare la virilità, la forza fisica, il coraggio degli uomini, oltrechè curarne alcune malattie come l'epilessia e le forme di paralisi. Le carni fresche, per le stesse ragioni, vengono trasformate in costosissimi manicaretti dagli effetti portentosi (a Taiwan è possibile spendere fino a qualche migliaio di dollari per poter consumare un portentoso piatto di carne di tigre uccisa di contrabbando). Sono gli stessi motivi per i quali, (per prelevarne il corno), vengono ancora oggi massacrati i rinoceronti africani, così come lo sono stati in passato quelli indiani oramai ridotti soltanto a qualche centinaio di esemplari in libertà, protetti nella riserva nepalese di Chitwan. Oggi, anche in Bangladesh è finalmente stata dichiarata specie protetta: le sanzioni applicate contro il bracconaggio sono state fortemente inasprite e, quando esse sono realmente applicate, lo sono con estremo rigore. In Bangladesh viene applicata la pena dell'ergastolo per l'abbattimento illegale di una tigre e sono stati creati, per poter tutelare gli animali in libertà, anche numerosi parchi nazionali chiusi, per poter incentivare e consentire il ripopolamento spontaneo della specie.
Il Sundarban è uno di questi. Il suo territorio, essendo condiviso geograficamente con l'India (il luogo dove io mi trovavo distava non più di 60 km da Calcutta), è stato attualmente dichiarato interamente "patrimonio dell'umanità" ed è sotto il protettorato ed in controllo dell'UNESCO che finanzia le comunità scientifiche, il personale guardaparco e le strutture di controllo, in accordo con i governi Indiano e Bengalese. Questa di sicuro rappresenta una importante iniziativa, anche se il livello di efficacia dei suoi interventi è parzialmente reso vano dal grosso giro illegale di denaro che le tigri rappresentano e quindi dalla corruzione esistente in quei luoghi, dove la situazione sociale di povertà è drammaticamente dilagante. In queste zone si sente oltretutto parlare sempre con maggiore insistenza, della possibile presenza di giacimenti di petrolio e di gas naturale nel sottosuolo e quindi di un possibile progetto di trivellazione del terreno alla ricerca dell'oro nero, presentato da una grande multinazionale petrolifera americana al governo Bengalese, notoriamente molto sensibile a certe pressioni.
Le tigri in libertà in questa regione sono stimate in un numero pari a circa un terzo del totale della popolazione mondiale soppravvivente. Sarebbero circa 2000 gli esemplari stimati ed in parte censiti. Un numero notevole e ciò grazie alla vastità di un territorio veramente remoto, impervio e particolarmente ostile alla colonizzazione da parte dell'uomo. Non dobbiamo però dimenticare, sospinti emotivamente dal destino terribile verso il quale starebbe dirigendosi questa specie animale, che si parla comunque di un grande predatore, del più grande fra i terrestri. Un predatore che, seppur di indole schiva e riservata, ha necessità di procacciarsi l'abbondante cibo di cui abbisogna in qualunque modo. Inevitabilmente, oltre alle numerose scimmie, ai maiali selvatici ed ai branchi di veloci "Sambal", i cervi pomellati che popolano in gran numero la foresta e che rappresentano le loro prede favorite, gli esemplari di tigre molto anziani, quindi meno agili e forti, di sovente si spingono affamati fino a sconfinare dal parco per attaccare ed aggredire gli animali da allevamento degli abitanti dei villaggi. Ma anche gli abitanti stessi, specialmente i bambini, sono frequentemente uccisi e divorati da questi animali, che li attaccano durante la notte strappandoli alle loro fatiscenti capanne di rami, foglie secche e fango. Sono state numerose e frequenti le segnalazioni di aggressione a danno delle barche dei raccoglitori di miele e di essenze pregiate, che si spingono fin nelle zone più remote dell'interno del parco alla ricerca di materiale abbondante e di migliore qualità. Ogni anno, soltanto nella zona in cui mi trovo, si registra nei villaggi un numero pari a circa 150 attacchi a danno di adulti o bambini che vengono gravemente feriti od uccisi e quasi sempre divorati dalle tigri. Lo stesso Padre Marino, un missionario saveriano da me incontrato nella sua missione di Mongla, raccontava che l'anno scorso ci aveva rimesso uno dei catechisti di un villaggio vicino a Mongla, aggredito e divorato appena fuori dalla sua capanna, sotto gli occhi increduli ed impotenti dei suoi familiari, da un grosso esemplare di tigre maschio sbucato dalla forestra all'improvviso. La cosa che maggiormente aveva fatto scalpore nella zona, era il fatto che in quel punto, quell'ansa del fiume forma un'isoletta di alcune migliaia di metri quadri e su quell'isola è situato il villaggio del povero catechista ucciso. Fino a quel giorno tutti gli abitanti erano vissuti nella certezza di potersi sentire al sicuro dalle tigri poichè l'altra sponda del fiume distava non meno di cinquanta metri dalla loro e si credeva che nessuna tigre fosse capace di nuotare così lontano per poter attaccare. Una storia terribile.
Sono le 4 e mezzo del mattino di venerdì: esco dal mio alloggio, seguo la scia di profumo emanata dal caffè appena fatto e trovo già in piedi e nella cucina del campo Alex, Enza e con loro Sebastian, un ragazzone tedesco che svolge un periodo di volontariato di un'anno a Barisai, un villaggio ad una cinquantina di chilometri, ed è ospite per qualche tempo della comunità di Chalna, una specie di vacanza, l'unico tipo di vacanza possibile quaggiù per i volontari.
Mi sembrano un pò titubanti ed infatti di lì a poco mi chiedono di poter partecipare anche loro all'escursione nella foresta. Per oggi non c'è nulla di particolare da fare nel campo eppoi, pur vivendo laggiù già da alcuni anni, a nessuno di loro è mai venuta l'idea di fare un giro nella foresta per diletto. Anche se un pò a malincuore, poichè speravo di godermi stando in santa pace a solo con Bopal l'escursione, accetto. Dopotutto sono stato loro ospite per tutto il tempo ed un rifiuto sarebbe stato profondamente ingiusto nei loro confronti. Pongo però alcune condizioni imprescindibili, la prima delle quali è quella di dover osservare il silenzio assoluto una volta giunti in zona, la seconda che le dritte sul percorso da seguire le avrei stabilite soltanto io assieme alla guida e la terza che il momento del ritorno l'avrei stabilito sempre io.
Chiariti i preamboli posso finalmente riscuotere da Enza il caffè lo tracanno rapidamente e partiamo alla volta delle sponde del villaggio sulla riva del Gange che dista un centinaio di metri dal campo. Alex regge un bel casco di piccole e dolcissime banane locali che costituiranno il nostro unico nutrimento cibo ed ognuno di noi ha preso con se una bottiglia d'acqua.
Gopal è lì che ci aspetta in piedi sulla prua della sua barca. Le barche da pesca e da diporto, in quella parte del Gange, hanno una forma elegantissima. Di colore nero, hanno una forma che ricorda molto quella dalle estremità a prua ed a poppa ricurve ed affusolate delle nostre gondole veneziane. Sono coperte nella parte centrale da un riparo dal sole e dalla pioggia fatto di tela oppure di legno. Gopal, che nessuno di noi ha mai incontrato prima, si fa riconoscere gesticolando fra gli altri pescatori che si apprestano ad affrontare un'altra giornata faticosa di lavoro, dragando con le reti il letto fangoso del fiume a caccia di gamberetti e pesci. Le vere pescatrici di gamberi, che sono il prodotto prevalente di questa zona del fiume, sono le donne. Dal mattino alla sera le si vedono, con il sari annodato sui fianchi, camminare immerse nell'acqua limacciosa fino alla vita, trascinandosi alle spalle le gamberiere, che sono simili a dei leggeri ma ampi paracadute rettangolari di rete azzurra sottilissima, con cui filtrano l'acqua del fiume.
Gopal è un giovanotto che potrà avere circa 25 anni. In realtà potrebbe averne molti di meno o molti di più, tanto è difficile determinare l'età di una persona quaggiù. E' scurissimo di pelle come tutti gli abitanti di questa zona, ha un paio di baffetti nerissimi e sottili ed un bel sorriso che potrebbe essere anche luminoso se la sua bocca ed i suoi denti non fossero di color rosso fuoco a causa dell'uso del "pan", la droga locale comunemente diffusa, con la quale ha probabilmente appena fatto colazione. Ci saluta timidamente con quell'atteggiamento impacciato tipico che hanno quaggiù i pariah, i fuori casta, gli intoccabili, i poveracci tra i poveracci non appartenenti ad alcuna delle caste sociali così fondamentali per riuscire a sopravvivere in questa parte del mondo.

(segue)

 
 

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