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Il Malèk di Dech Biazàr.
Kabul 16 Dicembre 2003
"come diavolo ci si può
abituare a muoversi con questa specie di armatura addosso?"
Senza più esitare, mi
slaccio il grosso e pesante giubetto antiproiettile e ne esco fuori a
fatica riprendendo a respirare ed a muovermi liberamente, senza
oppressione: meglio una pallottola che questo supplizio!
Il Capitano Carlo M., responsabile
della mia ed altrui incolumità, mi lancia uno sguardo severo,
poi sorride, mi capisce: " Dottore, io ho il dovere di
consegnarle il giubetto antiproiettile in dotazione, lei è
libero di usarlo o meno a suo rischio personale!"
Il Capitano è un veneto di
una trentina d'anni: una grande professionalità. Un volto che
tradisce il suo atteggiamento da duro. Un volto da bravo ragazzo. Nel
contingente italiano Italfor, di ISAF - Kabul, ha il ruolo di
coordinatore del C.I.M.I.C., il reparto militare responsabile dei
servizi umanitari in collaborazione con i civili e non soltanto: lui,
assieme all'altrettanto bravo Tenente Massimiliano F. ed a molti
altri, si occupa personalmente di portare a buon fine una gravosa
serie di interventi umanitari destinati alla popolazione residente
nei villaggi montani a nord di Kabul.
Con la sua squadra coordina anche i
sanitari presso l'Hope Hospital di Jalalabad Road dove, una volta
alla settimana, si effettuano le diagnosi e le terapie principalmente
contro la Lehismaniosi, una zoonosi, malattia cioè trasmessa
all'uomo dagli animali, una piaga endemica che assieme a molte,
moltissime altre malattie, falcidia una popolazione già
stremata dall'inedia.
Durante gli altri giorni, a bordo
di automezzi blindati, si recano fuori Kabul per tentare di alleviare
le sofferenze di coloro che, più sfortunati ancora degli
altri, i quali non trovandosi nei pressi di Kabul, non possono
usufruire nemmeno di quel poco che si tenta di fare per lenire
l'estremo disagio nel quale sopravvivono. Distribuiscono loro riso,
coperte (l'inverno Afghano è rigorosissimo), medicinali, latte
in polvere. Con il Veterinario militare eseguono trattamenti
preventivi e vaccinazioni sulle greggi e sul resto del bestiame,
unica preziosa risorsa alimentare per molti. Una goccia d'acqua nell'oceano!
Abbandoniamo la strada che porta al
thunnel di Salang, costruito dai sovietici durante l'invasione degli
anni ottanta ed in seguito distrutto dai mujaheddin. Collegava il sud
con il nord del paese. Il blindato rallenta, voltiamo a sinistra
all'altezza della carcassa di un container devastato dallo scoppio di
una granata. Sembra una scultura moderna.
Il paesaggio è sempre lo
stesso: bellissimo! Le spoglie montagne di polvere e sassi, si
susseguono all'infinito verso l'orizzonte e vengono fermate soltanto
dalla imponente solennità delle candide vette dell'Hindu-Kush.
Fa freddo ma l'aria è asciutta ed il sole è tiepido. Il
grande inverno, qui, arriva con un mese circa di ritardo rispetto a
noi ed è più breve, ma la temperatura notturna discende
già ora abbondantemente sotto lo zero.
Fuori da Kabul il cielo è
finalmente blu, terso, il cielo afghano che ho tanto amato e tanto
amo, fuori dallo smog e dalla spessa coltre di polverel, illumina
ogni cosa ridonando un'aspetto ridente perfino allo squallore tetro
dei crateri provocati dai bombardamenti ed ai relitti militari sparsi
ovunque nei campi.
La strada si restringe, diventa un
sentiero delimitato dalle mura di fango e mattoni che circondano i
poderi e le abitazioni afghane: ben presto inizia a salire
tortuosamente. I mezzi blindati si arrampicano potenti superando le
profonde buche senza difficoltà: mi è stato consentito
di uscire con il busto, stando in piedi nell'abitacolo, da uno dei
passa-uomo posti sul tetto del veicolo per poter scattare delle
fotografie, al ritorno ne sentirò le dolorose conseguenze sui
fianchi. Attraversiamo alcuni piccoli villaggi, stuoli di bambini
messi in allerta dal rumore dei motori, ci inseguono festanti,
"Mister, Mister, a bottle, Mister, give me a bottle!"
gridano, non capisco. Cosa significa? Lo domando al militare
più vicino, "vogliono le bottiglie vuote! Qui hanno un
piccolo valore e le rivendono al mercato per pochi afghani",
è la risposta.
Finalmente arriviamo a - Dech
Biazàr -, il piccolo villaggio meta della missione:
all'ingresso un guardiano armato di kalashnikov resta accovacciato
sui talloni coperto dal patù, il tipico mantello afghano
beige, grigio o marrone bordato di verde. Ci fa un gesto di benvenuto
sorridente, poco più avanti, sul tetto di una delle case,
nascosta ma non troppo da alcuni logori teli mimetici, intravedo la
canna di una mitragliatrice pesante. Un ragazzino sporge il capo da
dietro di essa curioso, sorride e saluta come se nulla fosse.
Entriamo molto lentamente tra le
strette vie del villaggio, attraverso un varco di ingresso, sbuchiamo
in un grande piazzale completamente circondato da mura a secco, il
sole è alto e tiepido ed il vento si è calmato. Il
Capitano dà ordine ai militari di scendere per primi in
perlustrazione, noi civili siamo invece invitati a restare ancora
all'interno del blindato, per precauzione. Il luogo si presterebbe
ottimamente ad un'imboscata. In un angolo dello spiazzo ci sono due
vecchi containers affiancati, sono anche questi crivellati di fori
prodotti dai kalashnikov e dalle schegge delle granate, ci
spiegherà la differenza tra gli uni e gli altri il capo del
villaggio più tardi.
Da dietro i containers appaiono
cinque o sei afghani, davanti a loro uno di essi con una folta e
lunga barba, un grande ed importante lungee, il turbante, avviluppato
sul capo, un giaccone di pelle sdrucito, casacca e pantaloni afghani:
indiscutibilmente, dal suo portamento, è lui il
"Malèk", il capo dei villaggi della zona, tutti
abitati da pashtuni.
Ci fa cenno di avvicinarci, i
militari si distanziano dal mezzo ancora in moto di una ventina di
passi aprendosi a ventaglio, guardandosi intorno con le armi
imbracciate, la prudenza non è mai troppa di questi tempi ed
in questo paese, poi ci fanno cenno che possiamo scendere dal mezzo e
seguirli. Per un momento, vista l'atmosfera, rimpiango il giubetto
antiproiettile, poi il solito fatalismo di cui sono abbondantemente
dotato, prevale come sempre.
Ci raduniamo tutti nei pressi dei
containers, ci sono delle stuoie adagiate sul terreno sabbioso, il
Malèk, si chiama Mirza Khan, saluta calorosamente il suo caro
amico il Capitano, il quale lo ricambia altrettanto calorosamente:
"Salàm-aleikùm, Mirza Khan",
"Aleikùm-salàm, Capitain", si abbracciano
come è usanza qui, poi il Khan viene incontro a ciascuno di noi.
Il Capitano ci presenta uno alla
volta, spiega il nostro ruolo, la nostra professione, il perchè
siamo anche noi laggiù.
Secondo il classico rituale
tradizionale afghano egli si porta la mano destra sul cuore chinando
il capo in segno di rispetto e di pace, poi ci stringe la mano e,
tenendola stretta nella sua, ci dà il suo benvenuto, ci
domanda cioè se stiamo bene, se la nostra famiglia sta bene,
se abbiamo trascorsa una notte tranquilla, com'è stato il
viaggio ecc. ecc. Quanto straordinario calore umano infondono questi
antichi rituali! Sembra impossibile che dietro a queste delicate e
premurose forme di accoglienza, possa celarsi l'animo terribile dei
leggendari guerrieri, indomiti e coraggiosi ma allo stesso tempo
feroci e spietati.
Il Capitano domanda al Capo, con
aria di rimprovero, che cosa significhino quelle armi poste
all'ingresso del villaggio: Mirza Khan sorride, i suoi occhi vivaci,
profondi, nascosti fra le folte sopracciglia e le profonde rughe
scavate dal forte riverbero del sole e dal grande freddo della
montagna si illuminano di una luce astuta ma tagliente,
"perdonami, i miei figli sparsi lungo il cammino ci hanno
riferito per errore che si trattava di una pattuglia di americani e
noi non amiamo molto le pattuglie americane in rastrellamento. So che
esse dicono di venire in amicizia, ma poi entrano di prepotenza nelle
nostre povere case alla ricerca di guerriglieri, violano
l'intimità delle nostre donne, portano via i nostri giovani
per controllarli! A volte siamo costretti ad impedire che ciò accada...".
Ci adagiamo sulle stuoie, dopo
quello del Capo, tutti gli altri, uno alla volta, ripetono lo stesso
rituale di benvenuto, di donne in giro assolutamente nemmeno l'ombra.
Alcuni uomini portano fuori alcuni
vecchi banchi di scuola e li sistemano a mò di tavoli; poi
arrivano altri con alcuni vassoi pieni d'uva e li adagianosui banchi
assieme ad una caraffa di rame colma d'acqua per risciacquarla e
l'immancabile chay (thè). Qui l'inquinamento delle falde
acquifere non è altrettanto grave come a Kabul, è acqua
che discende direttamente dalle falde montane, la si potrebbe anche
bere, ci informa il Capitano, ma è meglio essere prudenti ed
evitare rischi.
Il Malèk ci invita a
servirci, "è uva di quest'anno", ci dice indicando
con la mano i grappoli migliori, "noi, ne conserviamo una parte
appesa al soffitto nelle case e la consumiamo durante l'inverno,
quando ci sono ospiti di riguardo come voi". E' uva dagli acini
lunghi e piccoli, resa ambrata dalla leggera sovramaturazione,
è fresca, dolcissima. Ne mangiamo tutti con avidità.
Non è facile mangiare della buona frutta quaggiù, i
militari, per ragioni di sicurezza igienica, non usano la frutta
locale e sono costretti alle solite mele che sanno di plastica
provenienti dai nostri mercati.
"Vedi?", dice il Capo con
soddisfazione rivolto al Capitano, "ho addosso la giacca che mi
hai portato la volta scorsa, è molto comoda e calda!"
Senza ulteriori indugi, chiedo al
Capitano l'autorizzazione per rivolgere al Capo alcune domande di
vita comune, sono ansioso di sapere da chi ha vissuta in diretta la
tragedia Afghana degli ultimi anni e vive lontano da Kabul, cosa ne pensa!
"Mirza Khan, quante persone
vivono nel tuo distretto?" gli chiedo e lui mi risponde con aria
subito importante: "Siamo in quaranta piccoli villaggi ed ogni
villaggio è composto da circa trenta famiglie. Considerando
che la famiglia afghana è composta mediamente da sei persone,
ora siamo una comunità di circa 700 - 800 persone ma una
volta, qualche anno fa, eravamo quasi il doppio".
"Allora, prima del napalm dei
russi e poi della lunga siccità seguita dai bombardamenti
americani" , continua Mirza Khan allargando il braccio per
indicarla, " tutta questa vallata era ricoperta dal verde, la
nostra frutta spezzava i rami delle piante per l'abbondanza ed era
fra la migliore del paese, era la più ricercata nei bazar".
"Avete subito quindi molte
perdite, durante gli anni di guerra, qui?":
"I Russi ammazzarono 400 di
noi, un pò durante i bombardamenti un pò durante i
rastrellamenti", " è stato molto doloroso! Ad un
certo punto non eravamo rimasti nel villaggio altri che vecchi, donne
e bambini; un grande dolore per molte delle nostre famiglie!",
"Ma quello non è stato niente, come
dolore" prosegue il Khan,
" rispetto alle centinaia di altri nostri fratelli morti, periti
successivamente a causa della sciagurata guerra fratricida fra
fazioni mujaheddin. Quello è stato dolore, dolore vero!
Che un uomo muoia combattendo
contro un'invasore, è doloroso ma onorevole! E' il suo dovere
quello di proteggere l' indipendenza sua e della sua terra! " ,
"Che esso muoia invece per mano di un suo fratello accecato
dall'odio, è soltanto doloroso! E' contro il volere di Allah!".
"Cosa ne pensate, voi,
dell'attuale situazione? Pensate che l'Afghanistan possa riuscire a
rimettersi in piedi? Avete una speranza di farcela?".
"Se le forze internazionali
resteranno in Afghanistan fino a quando non avremo raggiunto un
accordo politico fra le diverse fazioni per eleggere un governo
giusto per tutti e principalmente fino a quando non avremo scacciati
od eliminati tutti gli stranieri musulmani che vogliono la guerra fra
noi fratelli, se ci abbandonerete ancora, prima che nel paese ci sia
almeno un minimo di stabilità, l'Afghanistan non troverà
la pace e moltissimo sangue scorrerà ancora, molto di
più che nel passato! Noi siamo stanchi di guerre e di sangue,
vogliamo che i nostri figli possano riprendere a correre liberi nei
campi senza il terrore delle mine e dei bombardamenti!".
Il sole è dolce e caldo, le
bianche vette dell'Hindu-Kush ascoltano i nostri discorsi e ci
osservano da lontano severe mentre, seduti come vecchi amici,
mangiamo l'uva dai chicchi d'oro parlando con i nostri fratelli afghani.
Mi sembra di percepire momenti di
quiete e di pace antichi, difficili da ritrovare ancora dalle nostre
parti. E' difficile doverlo ammettere trovandomi proprio qui, in
quello che per il resto del mondo è il centro dell'inferno, in
una delle terre al mondo più devastate dalle guerre.
Il tempo scorre lento in
Afghanistan, esso è scandito dal battito di cuori forti, di
vite anonime che non temono la loro anonimità. Vite che
uniscono, come da noi, le piccole gioie ai dolori di tutti i giorni,
ma che lo fanno con una diversa dignità, con un coraggio
dieci, cento, mille volte più grande del nostro.
In Afghanistan, il tramonto
invernale inizia verso le cinque del pomeriggio. Con il tramonto
inizia un'altra notte di dura lotta per chi non ha legna per
riscaldarsi, non ha cibo per nutrirsi, non ha risorse fisiche per
difendersi, con il tramonto inizia per tutti il gelo della notte, per
molti finisce una esistenza difficile, tormentosa, quasi impossibile!
Dobbiamo rientrare alla base. E'
tassativo! Il buio è complice di chi non vuole la pace,
quaggiù. L'altra notte, tre missili sono stati lanciati verso
l'aeroporto e su Share Now, un quartiere popoloso di Kabul, poteva
essere un'altra strage, soltanto per fortuna non lo è stata!
Mi giunge notizia che anche oggi sono state udite due forti
esplosioni a Kabul, non si sa ancora se ci siano delle vittime,
speriamo bene!
Salutiamo il Malèk ed i
notabili del villaggio, lo stuolo dei bimbi è stato fino ad
allora tenuto "fuori campo" da qualche severo rimprovero a
distanza del vecchio ma, non appena usciamo dal recinto loro
"proibito", ci si scatena dietro prontamente: "Mister,
a bottle, a bottle, Mister"! E' più un gioco per loro,
uno dei rari giochi, corrono sorridendo dietro al nostro mezzo
facendo a gara fra di loro a chi resiste correndo più a lungo,
sono proprio dei piccoli afghani!
Rientrando verso la base, scorro
nella mente tutte le impressioni, le parole, i gesti, i colori:
"Ma dov'è la guerra?" , domando me stesso,
"dov'è veramente la guerra più tragica, più
vera?" "E' essa fra questa gente sfortunata, tradita,
disillusa, martoriata, della quale nessuno dei media occidentali
parla nuovamente più e che, nonostante essa viva tuttora in
un'epoca di catastrofi di proporzioni immani, conserva intatta la
dignità di essere uomini, oppure tra noi, uomini
"evoluti", dove la dignità ed il rispetto non
esistono oramai più da anni?"
Beppe Quarta (Marzo 2003) |