|
Quel
treno da Kabùl.
-
riflessioni durante il tragitto in treno, al ritorno da Kabul,
30 anni dopo. -
_____________________________
Ho ancora nella testa il
frastuono assordante dei motori del cargo "C130-J" Hercules
dell'I.S.A.F.: vi ho trascorse sei ore da Kabul ad Abu Dhabi e
nonostante siano già trascorse alcune ore, non passa.
Sarà veramente il rombo dei motori a tormentarmi, oppure
è tutto ciò che mi porto dietro da questa esperienza?
Il rumore dell'intercity mi sembra
come ovattato. Sono stanco, molto stanco. Non tanto fisicamente,
quanto emotivamente stanco.
La campagna padana, che in tante
altre occasioni mi è passata davanti agli occhi nel suo
insignificante grigiore, mi sembra quasi bella, ne noto per la prima
volta l'ordine, le geometrie, la pulizia.
Mi astraggo inevitabilmente, mi
accadrà spesso: il mio pensiero è là, sempre
là, sincronizzato a poche ore indietro, è rimasto e vi
resterà per sempre in una Kabul straziata dalle ferite
incancellabili del suo recente passato. E' rimasto in quegli occhi,
in quei sorrisi a volte malinconici, a volte arroganti, fra quella
gente disperata nella quale si è accesa finalmente una flebile
luce di speranza. Nella paura che tutto, per loro, per chi come me
spera con loro, precipiti nuovamente in un'altra terribile delusione.
Un'altro abbandono!
Equilibrio precario, generato
soltanto da un'odio più forte sull'altro, più armato,
più potente. L'odio: si respira nell'aria mescolato alla
polvere, ne sono impregnate le rovine sparse ovunque, testimonianza
tremenda dei recenti e passati combattimenti. L'Afghanistan, quello
che avevo visto e vissuto trent'anni fa, non esiste più!
A Kabul, oggi, esistono invece
strati diversi di vita, strati che scorrono l'uno sull'altro di
continuo, restando fortemente aderenti l'uno all'altro, ma sempre ed
inesorabilmente separati fra loro da una membrana invisibile.
Il più appariscente è
costituito dagli imponenti dispiegamenti militari che presidiano ogni
angolo della città, poi quello dei lussuosissimi fuoristrada
rigorosamente bianchi, da migliaia di dollari, con i quali si
spostano i funzionari delle numerose organizzazioni occidentali
presenti ed infine quello della povera gente, la solita povera gente,
quella di sempre. Quella stessa che vi lasciai trent'anni fa, epoca
in cui ancora non era ancora stata provata da una tragedia simile a
questa: gente avvezza al dolore, alle sofferenze, ai sacrifici ma
forte, mai sconfitta da nessuno nei secoli nel suo orgoglio e nella
sua dignità. Gente che nella grande maggioranza paga un prezzo
insostenibile, per colpe spesso non sue. Gente che, dal resto del
mondo, subisce l'ingiustizia della standardizzazione ad una fama
terribile guadagnata grazie alle nefandezze compiute da poche
migliaia di esaltati, complice una rete complessa ed indecifrabile di
strumentalizzazioni, volute e prodotte dall'opportunismo di una
politica turpe.
Lo scenario emana ovunque odore di
morte, urla di rabbia, di dolore. La vita respira la sua flebile
speranza, forse l'ultima, attraverso una generazione giovane nata e
vissuta nell'odio, nel terrore, nella violenza abituale; generazione
che NON CONOSCE UN MODO DI VIVERE DIFFERENTE DA QUESTO. Eppure,
nonostante tutto ciò, non traspare in alcun modo nella gente,
la resa, la rassegnazione.
Sto per cedere alla stanchezza
accumulata, a quella fisica stavolta: irrompono nello scompartimento
due garrule donne orientali, filippine probabilmente. Nell'immediato
mi danno quasi fastidio, la loro esilarante gioiosità mi
disturba, il loro parlare ad alta voce mi duole nelle orecchie; poi
mi strappano un sorriso, un sorriso forse liberatorio dopo tanto
tempo ed il gracchiante altoparlante, mescolato alla cantilena del
loro linguaggio, avverte che siamo giunti a destinazione.
Beppe Quarta (Marzo 2003) |