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Al ritorno da ogni viaggio, ho imparato a lasciar liberi la mente ed il corpo di riprendere un loro ordine proprio, naturalmente, senza guide nè forzature.

Ecco quindi che, secondo tale automatismo spontaneo, dopo qualche giorno dal mio ritorno dall'Afghanistan, riaffiorano dalla memoria i primi ricordi, quelli più immediati, quelli che hanno contato ed aggiunto qualcosa di nuovo al mio essere. Quelli che hanno, quindi, inciso dentro di me un'altra sottile linea guida, un nuovo segno permanente, un'altra piccola rugosità sulla corteccia dell'albero che continua lentamente a crescere.

Questo racconto è soltanto l'equivalente di una scrittura murale, una cornice nel trascorrere del tempo, una piccola testimonianza che racchiude in se un breve ma significativo momento di vita.

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"Il Mercante di Colombe":

Shafik è visibilmente un pò preoccupato. Il ragazzo non fa altro che guardarsi intorno mentre ci inoltriamo sempre di più nel dedalo dei vicoli interni e remoti del grande Bazar: se il Bazar è il cuore pulsante dell'Islam, assieme alle Moschee, a Kabul esso lo è ancora di più, così come lo è di più che in qualsiasi altro paese islamico, la Moschea.

Il Bazar è il fulcro degli scambi di ogni tipo, quello che per millenni ha rappresentato e rappresenta il punto di arrivo e di partenza di intere generazioni di mercanti nomadi che trasportano per giorni e giorni le mercanzie da vendervi o da barattare con altri generi di prima necessità accorrendo da ogni capo del paese e trasportando, avvolte nei tappeti, racchiuse nei vasi di rame, oltre alla storia ed alla cultura, anche notizie aggiornate sugli eventi accaduti nelle province più lontane: i messaggi per amici e parenti, il risultato dell'ultimo buskaci di Mazaar e Sharif, le gesta dei Chapandaz (cavalieri del buzkaci) più audaci ed abili, i nati, i morti, le battaglie.

E' per questa ragione che amo vivere i Bazar, l'ho scritto ancora: amo girarvi dentro curiosando instancabilmente per ore, fra la gente, osservando con quanta più discrezione sia possibile, le differenze, i colori, i suoni, i rumori che si sommano disordinatamente, i profumi, gli odori, i rituali dell'acquisto, della vendita, della contrattazione, la scelta degli oggetti, le gestualità più in generale.

Siamo con i piedi nel fango, ci arriva fin sopra alle caviglie, l'abbondante nevicata dei giorni precedenti ha impoltigliato la polvere che ricopre Kabul trasformandola in una densa melma viscida ovunque, sarebbe una gran brutta avventura scivolarci dentro.

E' una polvere, quella di Kabul, che esiste da sempre. La trasporta il vento dalle aride montagne del nord e dal grande deserto del sud. Ma, a dire di molti Afghani, mai esistita in tale quantità prima degli anni di guerra e dovuta, secondo loro, alla frammentazione delle migliaia di costruzioni crollate a causa di quasi 30 anni di continui bombardamenti: chissà cos'altro c'è, nascosto in questa polvere.

Shafik continua a guardare verso di me in evidente stato di apprensione: sento che lui si è già abbondantemente pentito di aver promesso di guidarmi nei luoghi più interni dell'enorme mercato per i 5 dollari di mancia. E' un ragazzo di etnia hazarà, ha 26 anni, è tracagnotto, con una grande voglia di fare sotto la pelle olivastra, così come tutti i suoi coetanei, figli delle guerre ed ora pieni di nuove speranze: i suoi genitori e la sorella minore glieli hanno ammazzati durante un viaggio, quattro anni prima, nel Panshir, colpevoli soltanto di essere degli hazarà incappati per caso nel mezzo di un combattimento fra fazioni tribali di mujaheddin avverse. Ora, ha trovato lavoro nella guest house dove alloggio e studia, quando può, l'inglese.

Saltellando goffamente tra una pozza fangosa e l'altra con i suoi mocassini neri ai piedi, mocassini estivi, indossati rigorosamente senza calzini nonostante il gelo ma molto in voga tra i giovani di Kabul, quelli un pò meno sfortunati degli altri, Shafik è sorpreso dalla mia determinazione a proseguire. Ad un certo punto, nel suo inglese tutto sommato accettabile, mi domanda: "ma, le tue scarpe? non si rovineranno le tue scarpe nel fango? non hai i piedi bagnati? vuoi che torniamo indietro? ". "No, no, grazie, non preoccuparti Shafik" gli rispondo, "i miei stivaletti sono impermeabili, per me non ci sono problemi, tu piuttosto?", "Tutto OK, per me no problems" mi dice gentile ma con un sorriso sforzato, lungi da lui il voler cedere per primo e per giunta davanti ad uno straniero rammollito come me: non sarebbe stato da afghano che si rispetti, cedere! Forse, il ragazzo aveva un pò troppo maliziosamente fatto affidamento su di una mia precoce rinuncia a proseguire. Andiamo invece avanti attraversando un dedalo di tortuosi e stretti passaggi, fra scoli fognari all'aperto, pozze fangose, folla di gente; luoghi poveri ma pieni di vita, delimitati ai lati dalle consuete pareti di fango e mattoni color terra tipiche delle costruzioni afghane. A diecine minuscole e buie botteghe si aprono sui lati, sono bottegucce approssimative, povere, nelle quali sono svolte in modo e con attrezzi medioevali le più svariate attività: c'è lo speziale, il ciabattino, il lattoniere, il macellaio, il sellaio, il fabbro, il fabbricante di gabbiette in legno, il sarto, il fotografo, lo scrivano....

Lo scrivano pubblico, che ovviamente è poi anche "lettore" pubblico, è un personaggio che qui rappresenta una piccola istituzione. L'Afghanistan è un paese con oltre il 90% della sua popolazione in condizioni di analfabetismo totale, quindi, quella del saper leggere e scrivere è una vera professione, antichissima ed indispensabile ai più, oltre che redditizia per i pochi che la possono praticare. Lo scrivano-lettore, non si limita infatti all'esercizio puro e semplice della sua attività: egli è, nel tempo, divenuto un vero e proprio saggio, un consulente universale esperto d'affari, di vicende amorose e di commercio. Coloro che gli si rivolgono necessitano dei suoi servigi nei campi più disparati, (escludendo, naturalmente, il fatto che qui, per comunicare, si faccia uso comune della corrispondenza postale). Il più delle volte, anche dopo lettura degli scritti, i suoi avventori non ne comprendono il significato. Và quindi da sè che ne chiedano a lui, allo scrivano, lumi. Ovviamente, il più delle volte, egli spiega a tariffa all inclusive loro anche cosa fare, come rispondere, oppure come comportarsi a seconda dei casi. E' un personaggio che sa praticamente tutto della vita di tutti.

"Ecco", mi fa Shafik stavolta un pò meno depresso, "ecco -birds street-, il mercato degli uccelli dove avevo promesso di accompagnarti"! Una stradina affollata lunga, diritta, sconnessa come le altre e come le altre stretta fra mura scalcinate che in alto delimitano un sentiero di cielo blu. La via è costellata da centinaia di modeste botteghe, negozi e banchi improvvisati gremiti di gabbie e gabbiette di ogni misura contenenti al loro interno uccelli di ogni razza e colore: il cinguettio è assordante. Capannelli di acquirenti e di curiosi si affollano specialmente davanti ai negozietti dei venditori di pernici che esibiscono le doti aggressive dei loro piccoli volatili. Le pernici sono infatti animaletti soltanto in apparenza fragili e gentili: in realtà sono fra loro estremamente aggressivi e combattivi tanto che gli afghani, grandi appassionati di lotta fra animali e di relative scommesse, le impiegano da secoli nei diffusissimi e popolari "Janghèe", i combattimenti.

Guardandomi attorno, resto colpito ed attratto dal volto di un mercante di colombe che stà accovacciato lì a pochi metri: dai lineamenti del volto e dal lunghìi che indossa, direi che è un Pashtun, l'età è indefinibile come lo è per gran parte degli afghani adulti. Potrebbe avere 80 anni, come 40. Si è sistemato accanto alla gabbia delle sue colombe costruita con piccole assi irregolari di legno e sottile rete metallica, stando accovacciato su di un terrapieno di sassi e fango ricoperto sulla sua sommità da una vecchia stuoia.

I Pashtuni, che fra le etnie principali dell'Afghanistan sono i più numerosi (circa il 40% della popolazione totale,i Talebani erano per l'appunto appartenenti a questa etnia), sono fuggiti quasi tutti da Kabul rifugiandosi nella zona di Kandahar ed in Pakistan (nella fascia di confine denominata "Pashtùnistan" od area tribale) per sottrarsi al massacro che l'Alleanza del nord ha compiuto nei loro confronti dopo la recente conquista di Kabul. Nelle vaste zone montagnose adiacenti il confine a partire da nord rispetto a Jalalabad, quindi andando in giù, attorno a Kandahar verso Quetta e più verso sud ancora, sono tuttora in atto furibondi combattimenti ad opera dei molti ostinati integralisti pashtuni spesso supportati dai gruppi di Al Queda riorganizzatisi ( Khost ne costituisce l'epicentro.), ma forti sacche di resistenza sono disseminate un pò dovunque nel paese, tanto che è vivamente sconsigliato dalla security di uscire anche soltanto per pochi km da Kabul, senza una scorta militare di protezione. Se questa la si può considerare pace o problema Afghanistan risolto, come il silenzio dei media sull'argomento vorrebbe lasciare intendere...

Il "lunghìi" è il copricapo tipico pashtun, il "pakùl" è invece quello piatto e rotondo in lana di cammello, quello del Commander Massud, il preferito dai tagijki dell'alleanza del nord. Il pakùl, però, è storicamente proveniente da Charikàr, dalle fiere tribù nuristane (che in Pakistan sono i Kafiri). Di lunghìi in giro se ne vedono pochi, ciò fors'anche perchè il pakùl è molto caldo e ripara maggiormente durante l'inverno. I lunghìi li si vede prevalentemente sul capo degli anziani pashtuni, più tradizionalisti, mentre attualmente di pakùl ne è piena la città ed essi sicuramente hanno sostituito il lunghìi sulla testa anche di molti pashtuni per una questione di convenienza.

L'uomo, il mercante di colombe, ha l'espressione del viso intensamente accentuata da rughe profonde, ha una lunga barba ondulata e brizzolata, folti baffi, un grosso naso sotto le fessure degli occhi, labbra piccole e carnose, un'aspetto a prima vista truce ma i suoi occhi emanano una luce di serenità e dolcezza. Vorrei ricordarlo anche in seguito quel volto, portandolo via con me in fotografia: mi osserva come tutti gli altri, sono come una mosca bianca nel bazar. Gli faccio cenno da lontano se mi permette di riprenderlo mostrandogli la macchina fotografica ma non comprende; chiedo a Shafik di domandarglielo e lui lo fa per me.

L'uomo scoppia a ridere divertito, abbraccia Shafik e gli sussurra qualcosa che interpreto ad occhio come imbarazzo, poi, però, mi fa cenno sorridendo che acconsente: lo fotografo più volte, adoperando diverse lunghezze di focale ed alla fine lo ritraggo in un bellissimo primo piano che, grazie alla fotocamera digitale, posso mostrargli immediatamente.

E' felice! Non sta più nella pelle dalla contentezza, mi prende la mano, fremente come un fanciullo e tenendola stretta a se, mi invita a sedere sulla stuoia accanto a lui: mi chiede se voglio bere con lui un "chay" (thè) e naturalmente (mio malgrado) devo accettare. Quindi, da una vecchia theiera di rame, annerita dal fumo dei carboni, mi versa il liquido bollente in uno spesso bicchiere di vetro, sicuramente vergine ai lavaggi ed ai detersivi fin dalla lontana data della sua fabbricazione.

Cosa fare? lo bevo? non lo bevo? l'acqua (che a Kabul non è soggetta ad alcun tipo di controllo sanitario) dovrebbe aver bollito a lungo, almeno spero che così sia e lentamente sorseggio l'invero buonissimo e profumato infuso ambrato dopo aver prudentemente atteso il trascorrere di qualche minuto nella speranza che almeno il liquido ustionante esercitasse una qualche azione disinfettante sul contenitore di vetro: ciò è molto poco, è vero, ma meglio di niente. Un'attacco enterico produrrebbe, nell'immediato, non pochi problemi sul mio programma visti i tempi molto limitati di cui dispongo.

Mi dice Shafik, "lui dice che vuole ad ogni costo sdebitarsi con te per la bellissima fotografia che gli hai scattata e che hai promesso di portargli nel tuo prossimo ritorno a Kabul". Vedo che il mercante apre la gabbia, ne prende fuori con dolcezza la più bella delle sue colombe, una bella colomba bianca e la depone delicatamente fra le mie mani. Shafik sorride divertito nel guardare la mia espressione perplessa. "Prendila, è per te" dice il ragazzo attraverso due file di denti bianchissimi messi in mostra dall'aperto sorriso, "non puoi rifiutare, sarebbe un'offesa, per lui!".

Lo prego di spiegargli, con un notevole imbarazzo, la mia situazione; di dirgli che non mi è proprio possibile accettare la colomba, che lo vorrei molto ma che preferirei che la tenesse lui per me. Shafik traduce con tono calmo e gentile: l'uomo ascolta tranquillo, senza perdere per un'attimo dagli occhi e dal volto la sua espressione dolce e serena, mi guarda, mi afferra per i polsi sorridendo ed all'improvviso, sollevandoli verso l'alto, li allarga in modo da lasciar libero il volatile sospingendolo. La colomba, dopo un'attimo di disorientamento, spicca goffamente il volo verso la libertà.

"Se non puoi tenere la mia colomba", dice l'uomo, "che sia grazie a te libera di volare dove più le piacerà, in alto, nel cielo, il più vicino possibile ad Allah, perchè possa ringraziarlo al mio posto e perchè possa dirgli che io sono l'uomo fortunato che oggi ha incontrato uno straniero gentile e generoso".

Ho un sussulto, quelle parole mi riportano indietro nel tempo, ad un episodio molto simile a questo accaduto 30 anni fa proprio qui a Kabul. Fu con un bravo e buon ragazzo, si chiamava Mohammed Omar: chissà se oggi è ancora vivo, se è stato risparmiato dalla guerra, cosa non darei per poterlo rivedere o sapere che è sano e salvo!

Resto un pò confuso dal suo gesto, dai ricordi, dalle bellissime parole: istintivamente lo abbraccio, lo abbraccio forte, profondamente turbato dall'accaduto! Lui mi ricambia stringendomi a se con uguale calore. La gente intorno ci osserva, è stupita da questo inconsueto abbraccio fraterno fra rappresentanti occasionali di due culture tanto diverse e così in aperto contrasto fra loro: qualcuno bisbiglia, nessuno ride o fa commenti.

Sollevo lo sguardo verso l'alto: la colomba è là, è ferma sulla sommità del muro, è ancora incredula della sua libertà, non è abituata ad esserlo. Sembra indecisa, poi, all'improvviso, spicca frusciando il volo su, verso l'alto, minuscolo simbolo di pace, di fratellanza. Lei questo non lo sa e non lo saprà mai, ma vola, vola in alto oramai sente forte la sua libertà. Vola verso l'alto, ancora di più, librandosi nel terso cielo blu dell'Afghanistan, lasciandosi trasportare dolcemente dal vento, avvicinandosi forse per davvero al mio Dio od al suo Allah, ma questo noi non lo sapremo mai.

Beppe Quarta (Marzo 2003)

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Shafik

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lo scrivano

il fotografo

il mercante di colombe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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